Presentati all’ASCO i risultati dello studio su daraxonrasib: nei pazienti con tumore al pancreas metastatico la sopravvivenza media passa da 6,7 a 13,2 mesi. Il farmaco è già accessibile negli Stati Uniti attraverso programmi speciali
Una delle notizie più importanti degli ultimi anni
Per decenni il tumore al pancreas è stato considerato uno dei nemici più difficili da combattere in oncologia. Una malattia aggressiva, spesso diagnosticata in fase avanzata e con poche opzioni terapeutiche realmente efficaci.
Ora, però, arriva un risultato che sta facendo discutere la comunità scientifica internazionale: una nuova molecola sperimentale, chiamata Daraxonrasib, ha quasi raddoppiato la sopravvivenza dei pazienti con tumore al pancreas metastatico già sottoposti ad altre terapie.
I numeri che cambiano lo scenario
I dati emergono dallo studio clinico internazionale RASolute 302, presentato al congresso annuale della American Society of Clinical Oncology e condotto su circa 500 pazienti.
Nei pazienti trattati con daraxonrasib la sopravvivenza media è salita a 13,2 mesi, contro i 6,7 mesi registrati con la chemioterapia tradizionale. Il trattamento ha inoltre mostrato una riduzione significativa del rischio di morte e una migliore capacità di controllare la progressione della malattia.
Risultati che molti specialisti definiscono i più importanti ottenuti negli ultimi decenni contro questa forma tumorale.
Come funziona il farmaco
Daraxonrasib agisce contro il gene KRAS, coinvolto in oltre il 90% dei tumori pancreatici e considerato per anni uno dei bersagli più difficili da colpire con terapie mirate.
La nuova molecola viene assunta per via orale attraverso compresse e ha mostrato benefici sia nei pazienti con specifiche mutazioni del gene sia in altri sottogruppi studiati durante la sperimentazione.
Meno effetti collaterali rispetto alla chemioterapia
Un altro elemento che ha colpito i ricercatori riguarda la tollerabilità del trattamento.
Secondo i dati presentati, gli effetti collaterali gravi sono risultati inferiori rispetto a quelli osservati con la chemioterapia convenzionale e un numero molto ridotto di pazienti ha interrotto la cura a causa delle reazioni avverse.
Negli Stati Uniti è già disponibile in casi selezionati
Sebbene il farmaco sia ancora in fase sperimentale e non abbia completato l’intero iter autorizzativo, negli Stati Uniti è già accessibile attraverso programmi di “Expanded Access”, che consentono l’utilizzo anticipato di terapie particolarmente promettenti in pazienti con poche alternative terapeutiche.
La ricerca continua
Gli studi proseguiranno per capire come contrastare eventuali meccanismi di resistenza sviluppati dai tumori e valutare l’efficacia del farmaco in combinazione con altre terapie, anche nelle fasi più precoci della malattia.
Per una patologia che in Italia provoca circa 15 mila decessi ogni anno, il risultato non rappresenta ancora una cura definitiva. Ma per molti oncologi segna una svolta concreta in un campo dove, per troppo tempo, i progressi sono stati limitati.












