Var, così si falsano i campionati

di Silver Mele

Napoli-Verona è l’ennesimo caso: gol annullati, rigori dubbi e criteri opposti. Conte sbotta: «Doveva amputarsi il braccio?»

Il Napoli frena, ma a far rumore non è solo il 2-2 col Verona. A dominare la scena, ancora una volta, è il Var.
Un primo tempo regalato dagli azzurri, è vero. Ma anche una partita pesantemente condizionata da decisioni che accendono l’ennesima polemica arbitrale.

Il rigore concesso al Verona per il tocco di braccio di Buongiorno – spinto da Valentini – lascia più di un dubbio. Un contatto non rilevato né dall’arbitro Marchetti né dalla sala Var.

Poi il caso più clamoroso: il gol annullato a Hojlund. Le immagini non chiariscono affatto l’eventuale tocco di mano del danese. Antonio Conte sceglie l’ironia per non dire altro: «Valutazione particolare. Doveva amputarsi il braccio?». Nessuna certezza, nessuna evidenza. Eppure la rete viene cancellata.
E qui scatta il cortocircuito.

Perché pochi giorni prima, in una situazione analoga, all’Atalanta era stato convalidato un gol tra le proteste furibonde della Roma per una spinta evidente su Svilar. Stesso campionato, stessi regolamenti, decisioni opposte.
Confusione totale.

Il Napoli nella ripresa reagisce con rabbia, orgoglio e qualità. Segna due gol, se ne vede annullare altri due, schiaccia il Verona, difende l’imbattibilità casalinga che dura da tredici mesi. Ma l’occasione è persa, proprio alla vigilia dello scontro diretto con l’Inter.

Il punto però va oltre il Maradona.
Da anni club, allenatori e calciatori chiedono chiarezza. Il Var doveva ridurre gli errori, invece ha moltiplicato le polemiche. Doveva aiutare gli arbitri, invece spesso li sostituisce.
Le partite si decidono sempre più davanti a un monitor.

In un campionato che corre ad altissima velocità, soprattutto nei piani alti della classifica, questa incertezza rischia di alterare la competizione.
Il calcio non chiede l’abolizione del Var. Chiede regole uguali per tutti. E soprattutto una certezza: che a decidere siano ancora gli uomini in campo, non quelli in sala tv.

Perché così, semplicemente, non va più bene.