VIDEO – San Valentino, quella telefonata e l’ultima salita di Marco

di Silver Mele

Ventidue anni dopo la morte di Pantani, il ricordo non è una celebrazione ma una ferita che parla ancora. Di un campione immenso e di un uomo rimasto solo troppo in fretta.

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Quella sera non la ricordo per il freddo. Non faceva freddo.
Era uno di quegli inverni che sembrano già primavera, con i ristoranti pieni e la leggerezza di chi vuole solo festeggiare San Valentino senza pensare al resto.

Poi il telefono squillò.

La voce di mio padre non era quella di sempre. Lui, che di campioni ne aveva raccontati tanti, che aveva visto uomini diventare mito e poi scendere piano dal piedistallo. Disse solo un nome.
Marco.

In quel momento capii che non si trattava più di ciclismo.


L’uomo prima del Pirata

Ventidue anni fa non perdemmo solo un atleta. Perdemmo un simbolo fragile, uno che aveva riportato le salite dentro le case degli italiani come ai tempi di Coppi e Bartali. Ma con una differenza: Pantani non evocava il passato, lo incendiava.

Quando scattava, non era un’azione tecnica. Era un gesto necessario. Come se restare nel gruppo fosse impossibile. Come se rallentare fosse un tradimento verso se stesso.

Per questo la sua caduta non fu solo sportiva.
Fu esistenziale.

Madonna di Campiglio, 5 giugno 1999, resta una linea di confine. Prima c’era l’eroe che volava. Dopo, l’uomo che arrancava tra sospetti, processi mediatici, solitudini che nessuno vedeva davvero.


“La strada non inventa”

L’ultima volta che lo incrociai era il 21 maggio 2002, alla Reggia di Caserta. L’asfalto fumava ancora, i velocisti avevano già fatto festa. Cercavo lui.

Arrivò in fondo al gruppo. Non più al centro dell’assalto, ma ai margini del rumore.

Mi bastò chiedergli: “Marco, come ti senti?”.
Non serviva altro.

Mi guardò con una stanchezza composta. E disse piano:
“Come vuoi che mi senta? C’è poco da fare, meno ancora da aggiungere. Andiamo avanti, la strada non inventa”.

In quella frase c’era già tutto. La consapevolezza, l’orgoglio, forse anche una resa che non voleva chiamarsi così. Gli toccai la spalla e lo lasciai andare. Oggi penso che fosse già altrove.


Troppo amato, troppo solo

Negli anni del fango, delle retate negli alberghi, delle vittorie riscritte a matita, il ciclismo era diventato un campo minato. Non ci si fidava più di nessuno. Ogni impresa portava con sé un dubbio.

Pantani era più grande di tutto questo. E proprio per questo ne fu travolto.

La gente continuava ad amarlo. Lo ama ancora. Ma l’amore non sempre basta a salvare. A volte amplifica il peso. A volte isola.

Atleta e uomo in lui coincidevano troppo. Quando il campione fu messo in discussione, l’uomo non trovò più un appiglio.


La notte che non passa

La sera del 14 febbraio 2004 non morì soltanto un ex vincitore di Giro e Tour. Morì l’illusione che il talento basti a proteggerti dalla fragilità.

Era un sabato come tanti. Carnevale, risate, tavoli pieni. Nessun social a moltiplicare l’eco. Solo una notizia che passava di voce in voce, come un lutto di famiglia.

E in fondo lo era.


Quanti tornanti dista l’eternità?

Ventidue anni dopo, Pantani non è rimasto in una classifica. È rimasto in un gesto: quello scatto secco, quel corpo che si alza sui pedali, quella testa bassa che sfida la montagna.

C’è un biatleta francese che oggi gareggia con il suo orecchino. Dice che è un modo per ringraziarlo. Non è nostalgia. È memoria viva.

Forse l’eternità, per Marco, era un tornante solo. Quello in cui decideva che era tempo di andare via, lasciando gli altri fermi a guardare.

E noi, ancora oggi, siamo lì.
A metà salita.