Giovedì 8 Dicembre 2022

Suicida ai piedi del Santuario: accuse a Equitalia

Pompei, 10 maggio 2012 – Si è ucciso sparandosi un colpo alla testa nel parcheggio del Santuario di Pompei. è morto così Arcangelo Arpino, 63enne ex imprenditore edile originario di vico Equense nel napoletano. Secondo alcuni testimoni, l’uomo si sarebbe inginocchiato a pregare all’interno del santuario prima di uscire fuori appoggiarsi ad un muretto e spararsi.  Ad accorgersi del suicidio sarebbero state alcune suore. L’uomo era sposato e padre di tre figli. L’ultimo caso in ordine di tempo. L’ultimo suicidio di un imprenditore con gravi problemi economici, perseguitato dai debiti e da Equitalia. Questa volta la vittima lo scrive chiaro e tondo in una delle tre lettere lasciate prima di compiere il folle gesto. La prima di scuse indirizzata alla famiglia e chiede alla madonna di aiutare i suoi cari, la seconda in cui spiega le ragioni della decisone, i problemi economici legati alle agenzie immobiliare e matrimoniale che gestiva dopo aver chiuso l’impresa edile e la terza in cui accusa la società di recupero crediti dello stato. In quest’ultimo scritto le accuse sarebbero rivolte anche ad un commercialista napoletano che nonostante fosse stato pagato avvalendosi anche di alcuni lavori edili non saldati, non aveva saldato il debito dell’imprenditore. Prima del 63enne, solo poche settimane fa era toccato a Diego Peduto, l’immobiliarista che si era ucciso gettandosi dal balcone di casa sua a Posillipo. Anche per lui alla base del gesto i problemi di contenzioso con Equitalia. Lotta invece tra la vita e la morte Pietro Paganelli, il 72enne meccanico nautico che sabato scorso si è sparato nella sua officina di Mergellina dopo aver ricevuto l’ennesima cartella esattoriale. Prima di impugnare la pistola aveva scritto un biglietto alla famiglia, la dignità vale più della vita. Sulla vicenda la direzione di Equitalia si era dichiarata vicina alla famiglia, ma estranea a qualunque responsabilità. “Scaricare su Equitalia responsabilità di questo tipo – dichiaravano dalla dirigenza – rappresenta una inopportuna strumentalizzazione di fatti drammatici”. Eppure per gli imprenditori l’unica ragione di rinunciare ad una vita era scritta dentro quelle cartelle esattoriali per chi aveva passato la vita a costruire un futuro schiacciato da debiti e richieste di pagamenti.

 

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