Domenica 24 Ottobre 2021

L’agenzia interinale dei Casalesi, operai “low cost” per ricostruire L’Aquila

L’Aquila, 25 giugno 2014 – terremoto_l'aquilaTentacoli infiniti. E con infinite possibilità di allungarsi. In ogni settore. A cominciare dall’edilizia. Speculando su chi ha perso una casa. Su chi un tetto, probabilmente, non ce l’avrà più. E su vite umane che sono andate distrutte sotto i colpi del terremoto. Sei aprile 2009. Trema la terra in Abruzzo. Trema il capoluogo. Si sfarina il centro storico dell’Aquila. Risate di giubilo di imprenditori dell’edilizia ancora echeggiano. Per ricostruire, va fatto ancora molto. C’è chi s’è mosso in tempo per pilotare gli appalti. E chi degli appalti non s’è accontentato. Aveva bisogno di spendere poco, soprattutto sui lavoratori. Servivano operai a basso prezzo, anche poco o per nulla, qualificati purché a buon prezzo. E per ottenerli, s’è rivolto alla camorra. Al clan dei Casalesi, in particolare, che ha svolto le mansioni di un’agenzia interinale. Nella sostanza, i lavoratori sarebbero stati ingaggiati, portati a L’Aquila a lavorare, pagati e poi costretti a restituire una parte dei loro legittimi guadagni al clan e agli imprenditori. Retroscena finito al centro di un’inchiesta della Procura antimafia del capoluogo abruzzese, che ha portato all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di sette persone (quattro in carcere e tre ai domiciliari). Provvedimenti eseguiti dalla Finanza i provvedimenti nei confronti di altrettanti imprenditori impegnati nella ricostruzione post-terremoto. Le accuse, a vario titolo, vanno dall’estorsione aggravata dal metodo mafioso, all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro. I sette in questione operano nell’ambito della ricostruzione privata, caratterizzata dall’assenza di bandi pubblici con i lavori che possono essere affidati direttamente dai cittadini proprietari degli immobili danneggiati dal sisma del 6 aprile 2009. In tutto sono una ventina gli indagati, tra imprenditori e soggetti che lavoravano per loro. Punta il dito contro un sistema di regole inefficace il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che parla di un quadro normativo molto debole che – secondo l’alto magistrato – non è affidato a norme vincolanti, ma a linee guida puntualmente disattese”.

 

(giuseppe porzio)

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