Con Walter abbiamo imparato a credere che il Napoli potesse essere grande

di Silver Mele
Ed è questo che resta più di tutto

Perché in quegli anni abbiamo scoperto un Napoli che affrontava ogni avversario con la stessa fierezza, con denti affilatissimi, cuore ricolmo d’orgoglio e quel desiderio quasi folle di sovvertire pronostici e gerarchie semplicemente perché “era il Napoli”.
E il San Paolo urlava così forte da sembrare capace di stordire anche i muri.
Il pareggio di Denis contro il Milan. Le 104 perle del Matador. Il Pocho guascone che, al momento di schierarsi, si isolava dalle maglie in bianco e nero perché non avrebbe mai potuto stare dalla parte di quelli lì. La Coppa Italia a Roma. Il rimpianto londinese contro il Chelsea. Il cuore enorme di Grava che nell’ultimo respiro della partita col Lecce armò la ripartenza di Cavani. Le notti epiche contro il Manchester City e i Blues.
E poi Hamsik, la sua eleganza, la sua genialità. Paolino Cannavaro con la fascia al braccio. La prima presa di Torino, quando tutti i meridionali “in trasferta a vita” tornarono al treno con la terribile sensazione che stesse nascendo qualcosa capace di farli tremare per gli anni a venire.
In panchina c’era Walter.
A sbracciarsi, a vivere ogni partita come se fosse la più importante, a chiedere sempre qualcosa in più a quel gruppo di gladiatori indomiti che con il suo 3-5-2 costruì una delle identità più riconoscibili di quegli anni.
E come dimenticare i polpacci enormi di Hugo Campagnaro, le sfuriate di Cristian Maggio, Sasà Aronica e quella straordinaria furbizia del mestierante diventato gregario, ma anche leader e capitano.
Attorno c’erano il professor Pondrelli, il dottor Alfonso De Nicola, tutta la macchina azzurra. E poi i nostri salottini in diretta per Radio Marte da Castel Volturno, che avevano quasi il sapore del segnale orario di una nazione: la nostra nazione azzurra e napoletana.
Potrei continuare fino a domani.
Perché quegli anni con Walter sono stati bellissimi. E soprattutto sono stati importanti. Lì abbiamo scoperto che potevamo essere quelli che poi siamo diventati.
Tifosi compresi.
Oggi il mio amico Walter compie 65 anni e voglio semplicemente dirgli grazie.
Grazie per quelle notti, per quelle corse, per quelle urla, per quelle vittorie che sembravano impossibili e per averci insegnato, insieme a quella squadra, che qualche volta i pronostici non vanno rispettati: vanno sfidati.
Buon compleanno, Walter.
Per me resterai sempre un grandissimo. E soprattutto resterai l’icona di uno dei periodi più belli, intensi e indimenticabili del nostro viaggio.