di Silver Mele
Dai tre Grandi Giri affrontati da gregaria alla cavalcata solitaria sul San Luca, fino all’argento europeo nella staffetta mista: la bolzanina figlia di un napoletano di Pompei ha trasformato una stagione di sacrifici in un’impresa da ricordare. Due anni fa, a Dimaro, ci eravamo scambiati le maglie. Lei mi aveva lasciato quella della FDJ-SUEZ, io le avevo consegnato una divisa speciale con il motto del Napoli scudettato. C’era scritto «Anema e core». Non potevo immaginare che un giorno quella frase sarebbe sembrata cucita addosso alla sua più bella vittoria.
QUELLO SCAMBIO DI MAGLIE A DIMARO
Ci eravamo ritrovati due anni fa a Dimaro Folgarida, nel teatro comunale dove, estate dopo estate, raccontiamo ai tifosi le giornate trentine del Calcio Napoli. Quella volta, però, a prendersi la scena era stata una ragazza arrivata dal mondo del ciclismo, con il sorriso disarmante di chi sa stare in mezzo alla gente e la determinazione di chi non ha bisogno di alzare la voce per farsi rispettare.
Il pubblico ascoltava rapito i suoi racconti della Parigi-Roubaix. C’era qualcosa di speciale nel modo in cui Alessia Vigilia parlava di quella corsa, della fatica, dei sassi, della durezza di un ciclismo che non concede sconti. Alla fine ci eravamo scambiati le maglie, tra gli applausi. A me era toccata una XS della prestigiosa FDJ-SUEZ; a lei avevo consegnato quella realizzata su misura da Paolo D’Aniello, con stampato sopra il motto che aveva accompagnato il Napoli dello scudetto: «Anema e core».
Alessia aveva sorriso. Come sempre.
Perché è difficile incontrarla senza ricordare proprio questo: il sorriso contagioso, la naturalezza dei modi, la disponibilità di chi non si mette mai su un piedistallo. Ma sarebbe un errore scambiare quella dolcezza per fragilità. Alessia è dura come la pietra, una ragazza che sa soffrire, accettare il proprio ruolo e aspettare il momento in cui le gambe, la testa e il coraggio possono finalmente andare nella stessa direzione.
Bolzanina di nascita, figlia di un napoletano di Pompei, legata da una profonda amicizia al dottor Valentino Tundisi, collaboratore preziosissimo del Napoli assieme a Max Sirignano, ha qualcosa di quelle persone che riescono a creare appartenenza senza bisogno di proclami. E il ciclismo, che spesso mette alla prova anche il carattere più forte, le ha insegnato a trasformare la pazienza in una risorsa.
TRE GRANDI GIRI, UNA SOLA CERTEZZA: NON ARRENDERSI
La stagione 2026 le ha chiesto moltissimo. Con la maglia della norvegese Uno-X Mobility, Alessia ha affrontato e portato a termine tutti e tre i Grandi Giri del calendario internazionale: quarantesima alla Vuelta di Spagna, cinquantaduesima al Giro d’Italia e al traguardo di Nizza nell’ultima tappa del Tour de France, alla sua prima partecipazione alla corsa francese. In mezzo, altre gare, piazzamenti, giornate di lavoro prezioso per le compagne e chilometri accumulati senza cercare riflettori che, nel ciclismo, finiscono quasi sempre per illuminare chi taglia per primo il traguardo.
«È stata una stagione impegnativa, ma riuscire a finire tutti e tre i Grandi Giri è una bellissima soddisfazione, oltre che un’esperienza importante per la mia crescita personale», mi ha raccontato. «Il Tour era la prima volta che lo facevo. La squadra mi ha dimostrato tanta fiducia nel ruolo di gregaria, ed è stato motivo d’orgoglio per me».
In queste parole c’è una lezione che vale ben oltre il ciclismo. Perché il gregario non è un campione mancato: è un atleta che mette le proprie qualità al servizio di un obiettivo comune, che accetta di spendere energie per le ambizioni altrui e misura il proprio valore anche attraverso il successo della squadra. È un mestiere di generosità e intelligenza, nel quale la fatica non sempre porta con sé la gloria.
Alessia lo ha interpretato fino in fondo. E mentre completava un calendario che avrebbe messo a dura prova chiunque, continuava a coltivare la propria ambizione. Senza clamore, senza pretendere nulla, con la stessa serietà con cui aveva affrontato le pietre della Roubaix davanti al pubblico di Dimaro.
Il Tour, poi, le ha regalato anche un’emozione familiare. Durante l’ultima tappa, a Nizza, alcuni parenti arrivati da Pompei hanno potuto vederla correre dal vivo. «Era una delle prime gare che vedevano mie ed è stato veramente speciale», mi ha confidato. In una stagione fatta di trasferte, sacrifici e lunghi periodi lontano da casa, quel sostegno ha avuto un significato tutto particolare.
L’EMILIA, LA FUGA CHE SEMBRAVA UNA FOLLIA
E poi è arrivato il Giro dell’Emilia. La corsa che Alessia, per sua stessa ammissione, avrebbe pensato di avere meno possibilità di vincere. Il San Luca, con le sue pendenze e la sua capacità di mettere a nudo ogni limite, non sembrava la salita ideale per le sue caratteristiche. Eppure, qualche volta, le imprese più belle nascono proprio quando la logica suggerirebbe di lasciar perdere.
Il giorno prima della gara, durante la ricognizione del percorso, i direttori sportivi le avevano proposto di tentare un attacco da lontano. Un’idea ambiziosa, quasi temeraria. «All’inizio mi sembrava un po’ folle e credevo che non sarebbe stato fattibile», ha raccontato. Poi, però, Alessia ha deciso di fidarsi.
La corsa è partita a tutta. Molte squadre volevano entrare nella fuga e i primi chilometri sono stati movimentati. Davanti si sono avvantaggiate tre atlete, tra cui la sua compagna Francesca Pellegrini; poco dopo, altre corridore hanno provato a rientrare. Dalla radio continuava ad arrivarle lo stesso messaggio: bisognava essere in quel movimento, perché poteva diventare quello buono.
Alessia si è mossa, si è agganciata ad altre atlete e ha contribuito a formare una fuga di otto. Il vantaggio è cresciuto fino a cinque minuti. Poi è arrivata la salita di Pianoro, l’avvicinamento decisivo al San Luca, e la corsa ha cambiato volto.
Vigilia ha attaccato. Si è alzata sui pedali, ha fatto la differenza e si è ritrovata sola davanti a tutte. Da quel momento è cominciata la sua cronometro personale: trenta chilometri da affrontare senza compagne, senza la possibilità di nascondersi nella scia di qualcuno, con il gruppo alle spalle e la vittoria ancora tutta da conquistare.
Il plotone ha reagito, anche grazie al lavoro della Visma Lease a Bike. Il margine si è ridotto e la salita finale ha presentato il conto. Alessia, però, non ha ceduto. Al primo passaggio sul San Luca aveva ancora un vantaggio considerevole; nella seconda tornata era ormai al limite, ma aveva deciso che quella giornata non sarebbe finita con il rimpianto di non averci provato fino in fondo.
«Volevo dimostrare di poter vincere ancora e soprattutto di riuscire a farlo come piace a me: in fuga da sola, con un’impresa un po’ pazza e folle».
È forse questa la frase che racconta meglio Alessia Vigilia. Non soltanto la vittoria, ma il modo in cui ha scelto di andarsela a prendere. Niente attesa passiva, nessuna scommessa sull’errore delle avversarie: una fuga lunga, esposta al vento, sostenuta dalla convinzione che qualche volta il coraggio possa mettere in discussione anche i pronostici più ragionevoli.
Sul traguardo di Bologna, dopo 111,3 chilometri percorsi in 2 ore, 50 minuti e 46 secondi, alla media di 39,11 km/h, la bolzanina dal cuore azzurro della Uno-X Mobility ha potuto finalmente liberare tutta l’emozione. Sarah van Dam, seconda, è arrivata a pochi secondi; Ailish Lauren Dickson ha completato il podio. Ma la giornata apparteneva ad Alessia, capace di trasformare una fuga nata come un azzardo in una vittoria solitaria.
QUANDO LA RADIO È TORNATA A PARLARE
C’è un dettaglio, nel racconto della vincitrice, che restituisce tutta l’umanità di quel finale. Poco prima dell’arrivo, la comunicazione radio con la squadra si è interrotta. I direttori sportivi non sapevano se Alessia avesse davvero vinto, mentre lei, ormai al traguardo, piangeva insieme ai massaggiatori.
Poi, in radio, la voce di Nico e Alejandro, i suoi due direttori sportivi: volevano sapere se ce l’avesse fatta davvero.
«Sono scoppiata a piangere dicendo di sì e ringraziandoli. Poi loro sono corsi da me».
È in quel momento che la vittoria smette di essere soltanto una riga nell’ordine d’arrivo. Diventa la somma di una fiducia ricevuta e restituita, di un lavoro costruito insieme, di tutte le volte in cui una squadra ha creduto possibile qualcosa che alla sua stessa protagonista sembrava improbabile. Alessia non ha dimenticato le compagne, fantastiche nel sostenerla e poi nel festeggiarla sotto il palco. Ha definito quel momento il più bello ed emozionante dell’intera giornata.
Del resto, anche una fuga solitaria può essere il risultato di un lavoro collettivo. La strada, per qualche chilometro, resta tutta di chi è davanti; dietro, però, ci sono le persone che hanno preparato il tentativo, incoraggiato l’attacco e continuato a crederci quando il vantaggio si assottigliava.
L’ARGENTO EUROPEO, LA CILIEGINA DI UNA STAGIONE SPECIALE
Tre giorni dopo il trionfo emiliano, Alessia ha aggiunto un’altra pagina alla sua stagione, contribuendo alla conquista della medaglia d’argento dell’Italia nella staffetta mista a cronometro dei Campionati europei in Slovenia. Insieme a Mattia Cattaneo, Marco Frigo, Matteo Sobrero, Elisa Longo Borghini e Monica Trinca Colonel, ha preso parte alla prova conclusa in un’ora e un minuto sui 44 chilometri del percorso, alla media di 42,912 km/h. Davanti agli azzurri soltanto la Francia, con poco più di un minuto di vantaggio.
Dopo aver speso tanto per la squadra durante l’anno, Alessia si è ritrovata ancora una volta dentro un risultato importante per l’Italia. Prima l’impresa individuale al Giro dell’Emilia, poi una medaglia conquistata condividendo responsabilità e fatica con alcune delle migliori interpreti del ciclismo azzurro. Due modi diversi di stare nella corsa, entrambi coerenti con la sua idea di ciclismo.
È la ciliegina su una stagione ricchissima, nella quale ha imparato a conoscere i propri limiti e, soprattutto, a superarli. Ha portato a termine tre Grandi Giri, ha raccolto la fiducia della Uno-X Mobility, ha trovato la forza di tentare un’impresa che sembrava poco adatta alle sue caratteristiche e l’ha portata fino in fondo. Infine, ha vestito la maglia azzurra e contribuito a un argento europeo.
QUELLA MAGLIA, QUELLA FRASE, QUELLA RAGAZZA
Ripenso allo scambio di Dimaro, alla maglia della FDJ-SUEZ che conservo come ricordo di quell’incontro e a quella consegnata ad Alessia con le parole «Anema e core». Allora erano il segno di una simpatia nata davanti a un pubblico che aveva imparato ad apprezzarla ascoltando i suoi racconti. Oggi quelle parole mi sembrano anche il modo più semplice per descrivere ciò che è riuscita a fare.
Anema, perché per affrontare tre Grandi Giri, lavorare per le compagne e trovare la forza di partire da lontano serve una dedizione che non si improvvisa. Core, perché quando il gruppo si avvicinava, quando il San Luca cominciava a presentare il conto e le gambe erano ormai al limite, Alessia ha continuato a spingere anche per dimostrare a se stessa di potercela fare.
La vittoria del Giro dell’Emilia non cancella il lavoro oscuro della gregaria, né lo rende meno importante. Gli dà, semmai, una luce diversa. Perché chi passa mesi a sacrificarsi per gli altri può avere dentro di sé una campionessa capace di scegliere il momento giusto e di prendersi la scena.
Alessia Vigilia lo ha fatto a Bologna, in una fuga lunga trenta chilometri, con il coraggio di chi sa che certe occasioni non arrivano due volte. E poi ha pianto, ha ringraziato la squadra, ha abbracciato le compagne. È rimasta la ragazza sorridente che avevamo incontrato a Dimaro, soltanto con una vittoria in più da raccontare.
La maglia ispirata al Napoli quella con scritto «Anema e core», aveva trovato la persona giusta. Forse lo sapevamo già quel giorno, in quel teatro trentino, mentre Alessia raccontava la Roubaix e il pubblico la ascoltava conquistato. Adesso lo sappiamo un po’ meglio: perché ci sono vittorie che finiscono nell’albo d’oro e altre che, per il modo in cui nascono, raccontano qualcosa della persona che le ha conquistate.
Quella di Alessia Vigilia appartiene a entrambe le categorie.












