Gli infortuni hanno complicato il lavoro di Allegri, ma alcune criticità erano già conosciute in estate. Lucca, Lang, Anguissa, Neres, Beukema: quanto del momento difficile era prevedibile? E il Napoli ha avuto abbastanza coraggio per cambiare il vecchio ciclo?
SETTE PUNTI, NOVE INDISPONIBILI: L’EMERGENZA C’È
Sette punti in cinque partite, nove indisponibili dopo il nuovo problema muscolare di Anguissa. Sono numeri che raccontano un Napoli condizionato dagli infortuni e che inevitabilmente complicano le scelte di Allegri, soprattutto nella gestione delle rotazioni e nella possibilità di dare continuità alla squadra.
Ma quanto dell’attuale emergenza era già prevedibile quando il Napoli è stato costruito?
Perché gli infortuni spiegano una parte del problema, ma non possono spiegare tutto. Non possono spiegare una squadra che fatica a trovare un’identità, che produce poco in alcune fasi della partita e che continua a cercare soluzioni mentre il campionato è già cominciato.
IL NAPOLI SAPEVA. E HA SCELTO COMUNQUE DI RISCHIARE
In estate alcuni rischi erano sul tavolo. Lucca e Lang erano scommesse con caratteristiche e incognite diverse. Anguissa arrivava a scadenza dopo una stagione non sempre lineare sul piano fisico. Neres rientrava da un lungo stop. Beukema è arrivato perdendo parte della preparazione. Poi sono arrivati gli stop di Buongiorno e McTominay.
Il punto non è stabilire oggi, con il senno di poi, se ogni scelta fosse giusta o sbagliata. Sarebbe troppo semplice.
Quanto di quello che oggi chiamiamo emergenza era già dentro il rischio calcolato del progetto?
Perché una rosa può essere costruita anche accettando dei rischi. Ma quando più rischi si sommano, il problema non è più soltanto la sfortuna: diventa la capacità di avere alternative, soluzioni e soprattutto un piano B.
LA PAURA DEL CAMBIAMENTO
E qui arriviamo al tema più profondo di questa fase del Napoli.
La domanda non è soltanto se Allegri debba cambiare uomini o modulo. La domanda è se il Napoli stia davvero costruendo il nuovo oppure stia ancora cercando di proteggere il vecchio.
Dopo una stagione che ha restituito la Champions a seguire uno scudetto, il rischio più naturale è quello di pensare che basti conservare ciò che ha funzionato. Ma il calcio non concede molto tempo alla conservazione: cambiano gli avversari, cambiano le condizioni, cambiano i giocatori e cambiano anche le certezze.
Cambiare non significa buttare via tutto. Significa avere il coraggio di intervenire su ciò che non funziona più.
E allora la questione diventa molto più grande di un semplice Allegri sì, Allegri no.
È una domanda di progetto: quanto coraggio ha avuto il Napoli per cambiare davvero? E quanto coraggio ne avrà adesso, quando gli infortuni hanno ristretto le possibilità e obbligano tutti a scegliere?
Perché forse il problema del Napoli non è soltanto recuperare nove giocatori.
È capire se, insieme a loro, debba recuperare anche il coraggio di diventare una squadra diversa.












