Non è soltanto un’ondata di calore. È una nuova geografia della Campania, disegnata da asfalto, cemento e temperature estreme.
Mentre l’anticiclone africano promette di soffocare la regione almeno fino a Ferragosto, Legambiente individua i dieci punti del territorio che negli ultimi anni si sono riscaldati più delle aree circostanti.
In cima alla classifica ci sono la Stazione Centrale di Napoli e il mercato ortofrutticolo di Afragola, dove la temperatura superficiale del suolo raggiunge i 48 gradi. Un dato che racconta la vulnerabilità di luoghi attraversati ogni giorno da migliaia di persone, spesso con poca ombra e poche possibilità di trovare riparo.
La quarta ondata di calore dell’estate 2026 non sembra destinata a esaurirsi rapidamente. Secondo le previsioni, le temperature resteranno elevate per almeno altri dieci giorni. Una possibile tregua potrebbe arrivare soltanto dopo Ferragosto, con l’ingresso di correnti più fresche dal Nord Europa.
La mappa dei punti più caldi
Per individuare gli hotspot, Legambiente ha analizzato l’andamento termico della Campania tra il 2015 e il 2025, utilizzando i dati raccolti dai sensori a bordo dei satelliti Landsat 8 e Landsat 9. Lo studio ha permesso di mappare le aree nelle quali il calore si è concentrato con maggiore continuità.
Dopo i 48 gradi al suolo registrati alla Stazione Centrale di Napoli e al mercato ortofrutticolo di Afragola, seguono cinque aree che raggiungono i 46 gradi: la zona residenziale di Macerata Campania, l’area del mercato di Caserta, la zona residenziale di Sant’Antimo, San Cipriano d’Aversa e Mercato San Severino.
A Benevento, in piazza Enrico, la temperatura superficiale arriva a 45 gradi. Corso Vittorio Emanuele ad Avellino raggiunge i 44 gradi, mentre in via del Carmine, a Salerno, ne sono stati rilevati 41.
Dove manca il verde, il calore resta intrappolato
La distribuzione del caldo non è casuale. Gli hotspot coincidono soprattutto con aree densamente costruite, caratterizzate da un forte consumo di suolo, poche alberature e vaste superfici impermeabili.
“I dieci hotspot mostrano che il caldo in Campania non si distribuisce in modo casuale, ma segue precise condizioni territoriali e sociali”, osserva Legambiente. “Dove il suolo è più consumato, il verde più scarso e la copertura artificiale più estesa, la temperatura tende ad accumularsi. Dove la città si è espansa senza una sufficiente pianificazione ecologica, aumentano le superfici che assorbono calore e diminuiscono quelle che lo smaltiscono”.
Asfalto, tetti e cemento amplificano l’effetto isola di calore. Nelle zone periferiche e di margine, invece, sono il consumo di suolo, la frammentazione degli spazi aperti e la scarsità di alberi a ridurre la capacità naturale di raffrescamento.
Dietro i numeri ci sono luoghi vissuti quotidianamente. Il caldo estremo significa maggiore disagio per chi cammina o si sposta in bicicletta, condizioni più difficili per chi lavora all’aperto e rischi più elevati per anziani, bambini e persone fragili.
“Il caldo è anche un problema sociale e urbanistico”
Per la presidente di Legambiente Campania, Mariateresa Imparato, la risposta non può limitarsi alla gestione dell’emergenza. “Il caldo non è solo una questione climatica, ma anche urbanistica, ambientale e sociale”, sottolinea. “I punti più caldi coincidono spesso con i luoghi in cui si concentrano funzioni, traffico, lavoro, produzione e vulnerabilità. Diventa quindi urgente intervenire con strategie di adattamento mirate: più alberi, più ombra, maggiore permeabilità del suolo, più spazio pubblico vivibile e una particolare attenzione alle aree produttive e ai quartieri maggiormente esposti”.
Legambiente chiede che la giustizia climatica diventi una priorità nell’agenda della Regione e delle amministrazioni locali. Tra le misure indicate ci sono la progettazione bioclimatica di piazze, strade e scuole, il rafforzamento del verde urbano, la creazione di corridoi ecologici e lo sviluppo di una rete di rifugi climatici di comunità.











