“Faccia Gialla, fallo per questo popolo”. È l’invocazione che Enzo Avitabile affida alla sua musica e che racchiude il senso di un legame antico, capace di attraversare i secoli e di rinnovarsi continuamente. San Gennaro non è soltanto il patrono di Napoli: è una presenza che la città continua a interrogare, amare e, talvolta, persino a pretendere.
È questo il cuore di “’O sang. Il miracolo di San Gennaro”, il documentario di Giovanni Troilo che sarà presentato in anteprima domani al Metropolitan di Napoli, prima di arrivare nelle sale italiane a gennaio. Un viaggio nei luoghi simbolo del culto, dal Duomo alle catacombe, fino alla solfatara di Pozzuoli, dove il martire fu decapitato. Ma soprattutto un’indagine su un fenomeno che va oltre la religione, per raccontare l’identità di una comunità. Oggi San Gennaro è un’icona pop, un simbolo che attraversa l’arte, la musica e l’immaginario collettivo. Un santo capace di parlare anche a chi non crede, come dimostra il murale di Jorit in via Duomo, dove il volto del patrono assume le sembianze di un uomo comune. “Il miracolo si esige, la città lo pretende, l’adda fà”, racconta Avitabile, ripercorrendo i ricordi d’infanzia legati alla liquefazione del sangue.
Un legame indissolubile
Nel documentario, l’apertura della cassaforte che custodisce l’ampolla diventa l’immagine di un rito collettivo: tre chiavi, affidate a figure diverse, per proteggere un tesoro che appartiene idealmente a tutta Napoli. Perché, come sottolinea l’antropologo Marino Niola, San Gennaro è Napoli e Napoli è San Gennaro. Un legame che oggi si rinnova anche attraverso il cinema, raccontando una città che cambia, ma non rinuncia al suo santo.












